La maglia di lana di Francesco Guccini

Francesco Guccini, nasce a Modena nel 1940, vive a Pavana sull'Appennino Toscoemiliano. E' musicista, cantante, scrittore, attore.

 

Quanti, nella vita, hanno indossato le maglie di lana? Se non sei di quelli che hanno il fisico bestiale, un uomo che non deve chiedere mai e che porta anche in pieno inverno camicie sottili come un velo d’uovo aperte fino all’ombelico, se non sei un seal o un sergente dei marines provato da mille sbarchi, certo, le hai indossate. Molti, anche se di nascosto, le hanno indossate.

Ma io qui non parlo delle maglie industriali fatte di lana morbida, carezzevole, impalpabile, che ti avvolge come seta e dà conforto e calore, io parlo (e al ricordo rabbrividisco) delle tragiche maglie fatte in casa.

Eppure erano mani di solerti avole o madri amorose quelle che, impugnati i ferri da calza e una matassa di lana di pecora, cominciavano alacremente a sferruzzare pensando, con affetto, "quest'inverno il mio bambino non patirà il freddo, e la maglia di lana che gli sto confezionando, come un usbergo lo proteggerà dai rigori del gelo e gli risparmierà raffreddori e ben più gravi, Dio non voglia, malanni", e giù un altro giro di maglia.

E la 'cosa' era prestamente confezionata, il supplizio era allestito e pronto.
Perché di supplizio si trattava, di penitenziale cilicio che eravamo costretti a portare, ignari e inconsapevoli di eventuali voti religiosi atti a lavarci l'anima da peccati che non avevamo commesso.

La maglia di lana casalinga 'bucava' dicevamo, ma quel verbo era solo leggera metafora della sofferenza generale che ci era imposta, perché non solo bucava, ma anche cagionava prurito, pungeva, scorticava. Giorno e notte, notte e giorno. Passavi il tuo tempo a tentare di staccarla dalla pelle, a schiacciarla contro, a grattarti.
Questo, almeno per una settimana circa. Dopo, finalmente domata, resa più docile, la si indossava come qualsivoglia t-shirt di sottile cotone,e i disagi venivano subitamente dimenticati.

Non  sapevamo di altre possibilità, era una delle mille avversità che la vita ci presentava e ci avrebbe, da lì in avanti, sempre presentato, era qualcosa scritto nelle misteriose spire del cosmo, era così, insomma, e basta. Fortuna è che, allora, non ci si cambiava tanto spesso, e i periodi di martirio non erano moltissimi durante l'inverno.

Vidi, secoli fa, un contadino delle mie parti portare una maglia di lana (solo quella, niente camicia) in pieno agosto, mentre, sotto il sole, stava lavorando, e grondava sudore da tutte le parti. Dissi: "Ma non fa caldo?". Rispose, non so se a ragione o per frutto di atavica, fallace convinzione: "Quello che tiene il freddo tiene anche il caldo".
Dall'odore penso fosse la stessa maglia indossata i primi di novembre.


Chi ha portato le maglie di lana casalinghe ricorderà anche, con un sussulto d'angoscia, i costumi da bagno di lana, fatti sempre a mano.

D'estate, chi aveva un fiume o un lago vicino (a volte anche il mare) andava a bagnarsi. Nel migliore dei casi, andava a nuotare.
Ma era lontana da ogni immaginazione l'idea di comperare un acconcio costume da bagno. Poi, dove diavolo era un negozio che vendeva costumi da bagno? Così come, spesso, le mutande di noi ragazzi erano approntate in casa utilizzando la stoffa di vecchie camice, ugualmente, alle nostre stravaganti richieste ("Un costume da bagno? Per che cosa?"), qualcuna in casa provvedeva a sferruzzartene uno. Di lana. Massima concessione, l'uso di lana colorata.
Retto da un elastico, non era tutto sommato neanche brutto a vedersi.

È che un costume da bagno tende inevitabilmente a essere, prima o poi, bagnato. Allora accadeva l'irreparabile. La lana si gonfiava, si accasciava su se stessa, ci mollava da tutte le parti, e finiva per mostrare orrendamente quello che il costume e la pudicizia avrebbero dovuto tenere nascosto.


Per fortuna, dopo un paio d'anni, anche nei più riposti angoli d'Italia, si trovarono in vendita regolari costumi da bagno di cotone.

Brano tratto da "Dizionario delle cose perdute"